?

Log in

perchè la democrazia è importante


Ho iniziato a leggere questo libro, durante una coda fatta allo sportello dell’Agenzia delle Entrate. Prime impressioni.

Quello che vorremmo fare noi è sentimento comune e diffuso. L’autore, che non è proprio un pinco pallino sull’argomento, parla di politica “amatoriale” fatta da dilettanti competenti come di una necessità per la stessa sopravvivenza dei sistemi democratici.

Quello che pensiamo è anche sentimento comune e diffuso. L’autore, infatti, scorge nell’individualismo, e quindi nell’idea che la felicità si raggiunga singolarmente e che ogni mediazione con i concittadini sia sostanzialmente un fastidio, un’usurpazione (individualismo ampiamente pompato da un’economia fondata sul consumo), è l’humus culturale su cui attecchisce la disaffezione per la politica, che è, essenzialmente, mediazione tra interessi divergenti condotta per l’interesse superiore della collettività (almeno dovrebbe…). Tra l’altro l’autore fa un’interessante osservazione. Proprio per la sua natura fondata sulla mediazione, la democrazia è destinata a deludere.

Terza riflessione: checché se ne voglia dire, la democrazia è l’unico sistema in cui qualsiasi cittadino può avere voce in capitolo nella gestione della cosa comune. Ed è l’unico sistema in cui nessuno può essere coercito con la forza o la violenza a impostare la propria vita personale secondo una ricetta (certo, se il tuo stile di vita personale prevede la soppressione del prossimo, le cose cambiano…). Questi sono valori veri. Tra l’altro sono conquiste recenti. Sarà circa un secolo che la democrazia si sta affermando come sistema dominante, non di più. Eppure oggi le persone, immemori di altri sistemi, esternano insoddisfazione, cinismo e disincanto, persino nostalgia verso il passato. Ciò è dovuto sicuramente, in parte, al comportamento non convincente dei rappresentanti istituzionali del potere politico. Ma anche, a mio avviso, al fatto che la democrazia richiede da parte di tutti un impegno (non richiesto, ad esempio, nei sistemi impostati sul “ghe pensi mi”) che, chi c’ha la panza piena, non sempre ha voglia di dare. Finchè si tratta di fare certe conquiste, i sacrifici si fanno. Ma una volta raggiunti certi obiettivi si tende a dimenticare la fatica fatta per arrivarci e si disprezzano. E’ umano.

Per questo la nostra intenzione ha ancora più senso: la democrazia ha bisogno di persone che abbiano cari i valori che essa esprime e siano disposte a mettere in campo la loro disponibilità “amatoriale” per tutelarla e perfezionarla.
Francesco
Vorrei sottoporvi un articolo apparso il 10.5.2008 sul Sole 24 Ore. E' una riflessione di Franco De Benedetti. Io l'avevo lasciato a fare computer con ottimi risultati (l'Olivetti) e invece pare che ora sia un illustre esponente della schiera degli intellettuali di sinistra.
Dopo una elencazione degli errori che hanno portato la sinistra al tracollo elettorale, l'autore, posta la necessità di trovare un fulcro da cui ripartire, lo individua in un concetto: la qualità. La qualità dei servizi per tutti.
Ora, questa opinione potrebbe tranquillamente passare inosservata e dimenticata. Ve li immaginate voi i giovani appassionarsi e riavvicinarsi alla politica grazie alla questione della qualità?
E invece è importante rimarcarla, perchè è una cartina tornasole dello stato in cui versa la sinistra italiana.
Porsi il problema della qualità significa, implicitamente, dire questo: abbiamo tutto, abbiamo uno standard di vita di tutto riguardo, ora pensiamo alla qualità. Come dire, basta col vino del contadino, che ho in abbondanza, ora voglio iniziare a bere vino invecchiato in barrique (si scrive così?). Ecco quanto è vicina la sinistra alla gente. Allora è vero quando dicono che a sinistra sono rimasti i fighetti! Che ha totalmente perso il suo radicamento nelle classi popolari.
Siamo al 74° posto nel mondo nella classifica della libertà di stampa, abbiamo il reddito pro capite al penultimo posto tra i paesi della comunità europea, si respira un'aria di declino in ogni comparto, e la sinistra c'ha da pensare alla qualità. Sconcertante.
Io credo che in Italia questa sinistra, a forza di riposizionarla per cercare di sistemarsi dove stanno più consensi, l'hanno fatta impazzire come la maionese. 
Eppure a me, sarò stupido, sembra così ovvio quale dovrebbe esserne il ruolo. Quello che è sempre stato: allargare il godimento di diritti agli esclusi. Cambiano i tempi, cambiano gli argomenti (e neanche tutti), ma il senso della sinistra rimane intatto. Da una parte c'è chi vorrebbe conservare a pochi certi privilegi, dall'altro c'è chi vorrebbe che non ci fossero privilegiati. Mi pare così semplice! 
Sarà difficile nella pratica, va bene, ma l'obiettivo è chiarissimo!
E' poco impegnarsi per un'informazione che metta tutti i cittadini in grado di sapere? E' poco impegnarsi per una difesa del potere d'acquisto dei più deboli? E poco darsi da fare per eliminare il malcostume dei figli e figli di? E' poco chiedere maggiore voce in capitolo dei cittadini nelle scelte? E' poco chiedere che la giustizia non sia forte con i deboli e debole con i forti? E' poco chiedere che anche i gay abbiano gli stessi diritti civili degli eterosessuali? E ce ne sono altre mille di conquiste da fare.
Evidentemente la sinistra italiana, al contrario, per i suoi salottini ha bisogno di vini barricati (mi scuso se non si scrive così).

Se volete leggere l'intervento:
http://www.francodebenedetti.it/User/index.php?PAGE=Sito_it/giornali_dettaglio&art_id=2853

Quelli che... il lavoro sociale...

Pubblichiamo qui di seguito un estratto di una mail appena ricevuta da un'amica che, in qualità di Psicologa del lavoro nella provincia romana, vive ogni giorno sul terreno le contraddizioni, le difficoltà, i contraccolpi che una cattiva politica scatena nella vita della gente.

"Ho visto il blog e ti mando la bozza di un volantino preparato dai miei colleghi per un incontro pre-elettorale.
Credo che chiunque faccia questo lavoro non possa implicitamente non far politica ogni minuto della sua giornata."

 

Quelli che... il lavoro sociale... 

    Siamo operatori sociali e soci di cooperative sociali ed associazioni, siamo quelli che le contraddizioni sociali e la precarietà  la incontrano ogni giorno sul campo oltre che viverla sulla propria pelle, siamo quelli che quando sentono la parola sicurezza subito pensano alla sicurezza di un lavoro, alla sicurezza di una casa e dei diritti, siamo quelli che sanno che per rendere sicura una strada serve più partecipazione sociale e più comunità e non più poliziotti, siamo quelli che lavoriamo molto spesso con l’esclusione sociale e sappiamo quanto gli stereotipi e le campagne mediatiche spingono a fondo queste persone, siamo quelli che pensano che incontrare persone che provengono da altri paesi del mondo sia un’opportunità prima che un problema, siamo anche quelli che, incrociando le storie dei migranti, sappiamo che non sono venuti qui per turismo ma spesso per miseria, siamo quelli che si sono stufati di un welfare assistenziale per i poveri e vorremmo un welfare per i cittadini perché siamo anche quelli che pensano che cittadini non lo si diventa grazie al conto in banca. Siamo quelli che non credono alla beneficenza ma al lavoro sociale professionale e riconosciuto nei suoi diritti, siamo quelli che pensano che leggi come la 180 e la 194 vanno applicate e non cancellate, siamo quelli che pensano che anche se a Roma c’è il Vaticano, Roma non è del Vaticano, ma siamo anche quelli che pensano che politica sia dare significato e progetto collettivo al nostro futuro e non marketing e sondaggi. Per questo abbiamo deciso di parlare di politiche sociali e chiedere  ad alcuni candidati che vengono dal nostro settore di portare avanti, coerentemente, insieme a noi battaglie sociali che non permetteremo si spengano il 14 Aprile con i riflettori della campagna elettorale. 

proposta modifica

 Stavo pensando di correggere il manifesto. C'è una cosa che sicuramente era chiara dentro di noi, ma non è stata ben espressa.
Noi non pensiamo affatto che le persone si dividano in buone e cattive, ma che, caso mai, dentro ognuno di noi convivano impulsi differenti e contrastanti. Ad esempio, riguardo la questione del rapporto con gli extracomunitari, credo che ciascuno di noi sperimenti sentimenti di solidarietà ed apertura, che ci fanno stare bene, ma anche di paura, diffidenza e fastidio. Ecco, noi ci rivolgiamo a quella parte di ciascuno disposta ad aprirsi. E vorremmo una politica che incoraggiasse e facilitasse lo sbocciare di questa prospettiva.
Se siete daccordo, laddove abbiamo scritto "ci rivolgiamo alle persone che", sostituirei con "ci rivolgiamo a quella parte di ciascuno che".
Oggi, 14 maggio, il quotidiano « Le Monde » riporta la notizia che il governo canadese vieterà la commercializzazione di biberon di plastica. Secondo alcune ricerche recenti, la presenza di una sostanza (la BPA) - conosciuta da lungo tempo come perturbatore del sistema endocrino e, nonostante questo, benché a dosi regolamentate presente nelle plastiche dette alimentari (bottiglie, biberon, imballaggi alimentari, lattine) – risveglia delle preoccupazioni serie circa la possibilità che questa possa interferire col buon funzionamento del sistema nervoso e ormonale del feto e del neonato.
Il governo canadese ha commissionato ulteriori analisi ma, nel frattempo, ha intenzione di applicare il principio di precauzione – un sacrosanto principio che viene calpestato sistematicamente a favore di interessi meramente economici e commerciali. E’ facilmente immaginabile quali potrebbero essere le conseguenze di una simile decisione sugli enormi interessi che ruotano intorno a questo tipo di prodotti, eppure, c’è chi il coraggio di tutelare prima di tutto la salute delle persone ce l’ha, e non scherza.

Il blog che avete davanti agli occhi nasce da una riflessione: se il cittadino non fa domanda di politica non esiste politica.

 

La politica è scomparsa, sostituita dall’amministrazione. I vari rappresentanti delle istituzioni somigliano sempre più ad amministratori di condominio che a veri politici. Si propongono elencando una valanga di problemi con annessa infallibile ricetta, senza che tutto questo sia all’interno di un senso che non sia quello del disgusto per gli altri contendenti. Certo ci sono delle emergenze, la questione Alitalia va affrontata, la questione rifiuti anche. Ma non è questo il punto. La politica, per noi, inizia a monte di queste situazioni.

Ma ciò che ci preoccupa maggiormente è che la politica è scomparsa dal cuore delle persone, che oramai la identificano con l’esercizio (spesso disonesto) del potere e vivono il loro rapporto con essa come fossero fruitori di un servizio.

La politica che intendiamo noi non ha nulla a che vedere con la pratica che se ne fa oggi. Per noi la politica deve far volare alto i cuori e le menti, ed ha la funzione di interrogare e interpretare il passato, il presente e il futuro, per comprenderlo e guidarlo, con immaginazione, intelligenza, capacità, coraggio, sincerità e integrità. Deve disegnare ed indicare un’idea di società desiderata e verso cui tendere, proponendo i passi per muoversi in quella direzione, vigilando a che ciò accada e modificando la rotta ove necessario.

La domanda che vorremmo fare ai nostri “politici” è: siete soddisfatti della società che state costruendo? O vi interessa solo vincere? Questo è il nocciolo della questione. Crediamo che questa generazione di “politici” abbia totalmente eluso, ignorato, travisato questa domanda, quando non tradita. Tutti ripetono che l’Italia versa in un diffuso senso di insoddisfazione, ma le risposte sono sempre le stesse, di un pragmatismo (quando va bene) povero di idealità e di prospettiva. Hanno pensato di risolvere la questione della distanza tra palazzo e società con una politica “porta a porta”, cui il federalismo ha dato un grande impulso. Ma molti di noi avvertono più vicine solo le bassezze.

Noi abbiamo un’idea diversa e crediamo che ci siano molti altri che, come noi, vorrebbero una politica alta, nobile, lungimirante, leale, pacifica, che indichi le soluzioni in conseguenza di una visione complessiva. Quindi, non che non sia giusto occuparsi dei problemi concreti della vita, ma a partire da un disegno, da un sogno collettivo.

E dire che ci avevano quasi convinto. Anche noi iniziavamo a pensare che, tutto sommato, è giusto così, che la storia ha decretato i suoi verdetti.

Anche noi avevamo iniziato ad appassionarci alle oscillazioni della Borsa e ad avere dimestichezza più con gli scaglioni IRPEF che con le nostre coscienze. C’era qualcosa che non ci quadrava, ma lo attribuivamo più al potere d’acquisto dell’euro che alla solitudine. Insensibilmente abbiamo cominciato a investire la nostra felicità più nel bluetooth che nelle relazioni.

Per fortuna ci sono state le ultime elezioni che ci hanno fatto svegliare. Veder scomparire dalla faccia della scena politica, con tanta naturalezza, le forze politiche che, pur con tutti i loro indiscutibili errori, sono da sempre state schierate dalla parte dei diritti dei deboli è stato agghiacciante.

Non tanto per le soluzioni che queste forze proponevano, che per molti aspetti non condividiamo, ma per ciò che esse simboleggiano e per le conquiste che hanno raggiunto per tutti, anche per coloro che non le hanno mai votate.

 

Le “verità” che non ci convincono

Ci hanno ripetuto fino alla nausea che le grandi ideologie sono morte. Raggiunta questa grande verità, la classe politica si è immediatamente comportata come i bambini al suono della campanella: urli, schiamazzi, opportunismo, quando non peggio. Diceva Sartre che l’uomo è condannato ad essere libero. Purtroppo questa grande intuizione si è drammaticamente avverata. Per noi la libertà è un valore primario, è la base su cui costruire ogni altra cosa. Ma la libertà innanzitutto non va confusa con l’individualismo e con il fare il comodo proprio. In secondo luogo, va difesa, non è un valore che possa vivere senza l’impegno di tutti alla sua salvaguardia come un bene preziosissimo. In terzo luogo, la libertà può benissimo affogare nell’indifferenza e nella disinformazione, impantanarsi nel disimpegno e nell’indolenza, non solo essere soffocata dalla dittatura.

Invece la libertà sventolata oggi e derivata dal fallimento delle ideologie massimaliste di destra e sinistra ha solo determinato scoraggiamento, cinismo, decadenza e solitudine. Ha prodotto in gran parte un lento declino verso il ripiegamento sui propri interessi individuali, la perdita di qualsiasi freno inibitore in campo civile e morale, il fastidio verso qualsiasi responsabilità e dovere, la disillusione verso il futuro. Non a caso i padri della rivoluzione francese posero il termine libertà accanto a fratellanza, perché la vera libertà è collettiva, non esiste libertà dove questa è proprietà esclusiva di pochi.

Ma noi ci chiediamo: cos’è un’ideologia? Fondamentalmente, una lettura del mondo, da cui si traggono una serie di conseguenze. Certamente pensiamo che una qualsiasi lettura che abbia la pretesa di essere infallibile è di per sé errata, oltre che pericolosa. Ma questo significa dire che non è più possibile alcuna lettura del mondo? Noi crediamo che la storia stia prendendo una direzione rintracciabile, che i problemi abbiano alcune matrici comuni, che sia possibile ancora ambire ad un futuro di un certo tipo. E crediamo che il compito del politico sia prioritariamente proprio questo: dare una lettura del mondo, il più possibile aderente alla realtà e su questa innestare un grande progetto verso una meta. In parole povere, costruire un’ideologia (dato che questa parola a noi piace ancora).

Ci dicono ogni giorno che i valori sono in crisi. Noi non vediamo come ciò sia possibile. Non ci risulta che rettitudine, altruismo, rispetto, mitezza, ecc. siano scomparse dal vocabolario, né dal cuore delle persone. Il fatto è che i cantori della morte dei valori confondono questi con le regole. Ciò che è morto è l’adesione ad un comportamento per obbedienza ad una regola imposta, non il valore sotteso a certe regole. Ma a forza di ripetere questo ritornello, si finisce con il farne il più grande alibi per sottrarsi serenamente alle responsabilità dei valori.

Ci comunicano che la lotta di classe non esiste più. Ci rimane difficile da credere, vista la distanza abissale che esiste tra gli strati della popolazione. Tuttavia in questo frangente storico, a nostro vedere è più impellente occuparsi di un altro genere di lotta di classe. Il nostro è un progetto classista. Si. Ci rivolgiamo alla classe degli uomini. Per noi, un essere umano non più capace di indignarsi di fronte alla disonestà e all’ingiustizia e di commuoversi di fronte alla sofferenza è un essere umano, ma non un uomo.

 

La nostra analisi

La nostra analisi delle cose parte dalla constatazione che la società dell’opulenza sta generando un clima sempre più diffuso di sorda insoddisfazione, che ricorda molto da vicino il malessere tipico dei bambini viziati. Aver abbracciato l’economia come unica risposta a tutte le istanze ha avuto effetti devastanti sulla coscienza delle persone. Divise tra chi queste risposte non le ha avute (e giustamente ne soffre) e chi le ha avute ma soffre lo stesso perché si dibatte in uno spleen esistenziale. Ma la risposta continua ad essere sempre la stessa: più PIL, con ciò dimenticando, tra l’altro, che questo atteggiamento, oltre a non contribuire alla felicità delle persone, sta conducendo (e sicuramente condurrebbe se tutti gli abitanti del pianeta fossero portati al tenore di vita di cui ora godiamo noi occidentali) alla catastrofe ambientale.

Già Nicholas Georgescu-Roegen ha scientificamente dimostrato che il benessere interiore delle persone non aumenta con l’aumentare del benessere esteriore, poiché questo porta all’assuefazione ai progressi evolutivi. Due secoli fa i termosifoni non esistevano, ma sfidiamo chiunque a dichiararsi felice perché oggi dispone del termosifone.

 

La nostra speranza

Il sogno cui dichiariamo di aderire è quello di tutti coloro che si sono impegnati e si impegnano per una società nonviolenta, solidale, equa, sobria, responsabile, retta, ecologista, aperta, rispettosa, felice.

Crediamo che davanti a noi si apre una grande opportunità, quella di ripensare i come e i perché della politica, ora che ci siamo liberati dal giogo della faziosità e dei preconcetti.

Ci rifacciamo ad una tradizione enorme, ma mai sufficientemente esplorata in politica e lasciata ai dibattiti culturali e alle commemorazioni. Una tradizione che ha fatto tanto per la coscienza dei singoli, ma non abbastanza per la coscienza delle collettività, quella del pacifismo.

Riteniamo che i prosecutori di questa tradizione stiano compiendo un errore fatale: rimangono chini sul loro problema, chi sulla povertà, chi sulla difesa dell’ambiente, chi sull’ingiustizia, ma non propongono coraggiosamente una proposta complessiva, sebbene ne avrebbero tutte le qualità e gli strumenti. Per questo noi ci proponiamo di costruire una ideologia capace di sintetizzare le tante anime che fanno capo ad un unica visione del mondo.

 

Per un nuovo “cosa” ci vuole un nuovo “come”

Ciò che deve differenziarsi radicalmente dal passato è il metodo con cui si giunge a questo. Nell’era del web 2.0 il sistema della delega è morto. La lettura delle cose e le analisi, le contraddizioni e le soluzioni non possono essere il frutto dell’elaborazione di uno o pochi individui che, chiusi nel loro studiolo, traggono le loro conclusioni e poi le sottopongono al resto del mondo. L’ideologia va costruita, e poi portata avanti, in condivisione, perché deve essere un patrimonio di tutti per mantenere sempre viva la sua spinta idealistica. Occorre mettere in pratica ogni strumento affinché chi sarà poi chiamato a farsi portavoce sia costantemente in contatto ed in ascolto con tutti gli altri, come oramai avviene regolarmente tra i frequentatori della rete. Occorrerà evitare ad ogni costo che il rappresentante sia un privilegiato rispetto a chi lo ha investito del ruolo di portavoce. Occorrerà evitare qualsiasi opacità. Partecipazione collettiva e trasparenza totale. Ma anche assunzione di responsabilità. Queste sono le nostre ricette per riavvicinare le persone alla politica. Che, a dirla tutta, questo fatto della distanza è un’altra delle questioni che proprio non capiamo. Infatti, le persone SONO la politica, per cui non vediamo come potrebbero distanziarsene. Questa è un’altra di quelle mistificazioni che, a forza di dirlo, sono diventate verità. Le persone sono lontane dal palazzo, non dalla politica. Ma il palazzo non coincide affatto con la politica! Si tratta di far entrare le persone nel palazzo, come è loro assoluto diritto, attraverso rappresentanti trasparenti e che garantiscano la massima partecipazione e condivisione. Noi riteniamo che il patrimonio di conoscenze e soluzioni che deriva dal mettere in rete le conoscenze e le soluzioni di tutti ha un valore inestimabile ed è il principale merito della rete. Eppure di questa straordinaria possibilità il palazzo non si è mai avvalso, timoroso di perdere le proprie prerogative. Così facendo ha tenuto lontano il mondo da un luogo che esiste proprio per servire al mondo, salvo poi chiedere che accorresse con le bandierine in mano. La nostra idea di politica non potrà mai rinunciare, al contrario, al contributo di sentimenti e di idee che le persone possono dare alla costruzione di un mondo migliore.

Nutriamo profonda stima e rispetto per l’operato di coloro che, in spirito lillipuziano, si sono rimboccati le maniche e, senza aspettare e delegare, si sono guardati intorno, si sono lasciati commuovere dai problemi di altri uomini e si sono messi a lavorare duramente ogni giorno per dare risposte immediate alle questioni, creando anche una rete di relazioni ricche e stimolanti. Ma crediamo sia giunto il momento che queste forze positive trovino il coraggio di parlare con un’unica voce alle persone di questo paese, proponendo la loro idea complessiva di società.

Ci rivolgiamo a quelle migliaia di persone che ogni giorno, fuori dal palazzo, vivono queste cose, con spirito di sacrificio e altruismo. Non è più il momento di accontentarsi, di essere eccessivamente umili. Lo stato delle cose non consente indugi o ripiegamenti, ma chiede uno slancio coraggioso.

Noi chiediamo a chi intende candidarsi e rappresentare i cittadini di avere alle spalle una storia di impegno sociale. Occorre il curriculum per ottenere qualsiasi posto di lavoro, anche il più umile, mentre per fare il politico basta avere qualche voto da portare nel granaio. Per noi, che consideriamo la politica un servizio per la collettività, peraltro di notevole complessità, non è ammissibile che ci si ricordi della collettività solo il giorno in cui bisogna sedersi intorno alla tavola imbandita.

 

Il nostro “programma”

Vogliamo tornare ad un’idea di politica che sia capace di parlare alle persone, prima che alle tasche. Una politica che assuma come documento programmatico la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, quello stupendo testo approvato ad unanimità da tutti i paesi civili del mondo ed altrettanto ad unanimità calpestato.
Sappiamo fin troppo bene che non esistono certezze granitiche nè fuori nè dentro di noi (se c'è una cosa che abbiamo sentito ripetere fino all'ossessione, fino a diventare certezza è...che non esistono certezze!), sperimentiamo ogni giorno pensieri e sentimenti contrastanti davanti alla realtà, anche meschini, ma sentiamo profondamente che, in mezzo a mille contraddizioni, qualcosa dentro di noi continua, fortunatamente, a distinguere le cose.

Per questo, ci rivolgiamo a quella parte di ciascuno di noi che ha paura di perdere la propria dignità, la propria libertà, la propria umanità, la propria onestà, la propria anima almeno quanta ne ha di perdere il proprio status sociale, il lavoro, il benessere.

Ci rivolgiamo a quella parte di noi che pensa che il problema dell’immigrazione sia una questione di miseria, fisica o morale che sia, di disperazione e morte, e non semplicisticamente di sicurezza delle frontiere.

Ci rivolgiamo a quella parte di noi che pensa che la prostituzione sia una questione di abbrutimento e disumanizzazione, e non di igiene e di quartieri.

Ci rivolgiamo a quella parte di noi che considera la guerra un’immane tragedia da evitare ad ogni costo e non un male necessario.

Ci rivolgiamo a quella parte di noi che pensa che il valore di una persona dipenda da quanto ha fatto per il prossimo, più che da quanto è stato bravo per sè.

Ci rivolgiamo a quella parte di noi che pensa che l’importante, davvero, sia partecipare e non esaurisce il suo impegno per la collettività il giorno in cui va a votare o quando accende la televisione per assistere a qualche tribuna politica.
E vogliamo una politica che faccia uscire, incoraggi e valorizzi questa parte di ciascuno di noi.

Desideriamo una società in cui il concetto di immigrato sia totalmente superato, poiché non riusciamo a trovare nessuna differenza tra i diritti e i doveri che spettano ad un essere umano rispetto a quelli di un altro che proviene da un luogo diverso. Tanto più se riconosciamo che la povertà presente in altri luoghi è stata largamente causata e sfruttata dai nostri comportamenti. Riteniamo profondamente ingiusto desertificare le economie dei paesi poveri attraverso la concorrenza per loro insostenibile della produzione industriale, lo sfruttamento delle risorse, la strumentalizzazione dei conflitti etnici, la schiavizzazione dei lavoratori, lo strangolamento dell’agricoltura attraverso il riconoscimento di compensi da fame,  la concorrenza sleale attraverso l’erogazione di immani contributi pubblici alle produzioni nostrane e poi sbattere la porta in faccia alla miseria e disperazione largamente provocata anche da tutto questo. E comunque, anche se non ne avessimo alcuna responsabilità (ma così non è), sarebbe disumano risolvere i nostri problemi semplicemente facendo in modo che i poveri del mondo rimangano a morire a casa loro o altrove, purché non qui.

Siamo stufi di sentire che i giovani non hanno più valori. Siamo noi che dobbiamo averne e che dovremmo creare un terreno fertile affinché i giovani possano maturare i propri a tempo debito.

Siamo stufi di vedere i potenti della terra pretendere di sottrarsi al giudizio delle persone, mettendo alla gogna i giornalisti che fanno i giornalisti e i giudici che fanno i giudici. E’ troppo comodo voler avere il potere senza esporsi al rischio di essere un bersaglio. Noi auspichiamo una stampa e una giustizia che possano serenamente non fare sconti a nessuno, perché sappiamo che le prime vittime di chi ha negato la libertà sono sempre state l’informazione e la giustizia.

La questione della moralità e della legalità per noi è una priorità assoluta. Riteniamo paradossale chiedersi se sia il caso di candidare o meno persone condannate. Non perché non sappiamo benissimo che anche la giustizia possa essere ingiusta, ma perché questo non è il momento storico per filosofeggiare su questi aspetti. Di fronte ad un dilagante disprezzo e fastidio verso le regole è imperativo assoluto farsi testimoni imperterriti di fiducia e rispetto delle regole della convivenza civile, anche quando (come può accadere) ci danneggiano. Del resto, non crediamo che un’idea giusta portata avanti da tanti uomini possa essere intaccata dalla condanna ingiusta di una persona, mentre lo sarà sicuramente se quella persona si sottrarrà alle regole stesse.

Per noi non esistono guerre giuste, se non per la difesa del territorio da parte di un aggressore. Sappiamo perfettamente che il peso politico di una nazione dipende anche dalla sua forza militare. Ma non possiamo barattare l’umanità annientata da una guerra con il peso politico. E’ una questione di priorità.

Per noi la salvaguardia dell’ambiente e della salute vengono prima del profitto. Per queste ragioni chiediamo ogni sforzo possibile per sostenere tutti quei comportamenti tesi al risparmio di risorse, al totale affrancamento dalle forme di energia inquinanti, alla riduzione dell’impatto umano sull’ambiente.

Per noi esistono ancora gli sfruttati. Non crediamo affatto che gli interessi delle persone coinvolte nel raggiungimento del medesimo risultato convergano sempre, ma che vi siano tante situazioni in cui il più forte fa un uso ingiusto della sua posizione. Crediamo che il compito di una società che si voglia definire civile sia intervenire e correggere queste storture.

Nello stesso tempo, crediamo che, ove coesistono interessi diversi, sia comunque necessario ricercare la concordia, attraverso il dialogo e il rispetto.

Rivendichiamo il fatto di non avere tutte le soluzioni, ma di volerle cercare. Chi dice che ha tutte le soluzioni, secondo noi o è uno che non si rende conto o è un gran millantatore. Occorre anche avere la maturità di riconoscere che le soluzioni non sempre esistono o si conoscono, che la politica non può prefiggersi di estirpare il male dal mondo, che esisterà sempre, ma che non verrà mai meno l’impegno per cercare sempre una strada migliore.

 

A tutti coloro che si riconoscono in queste idee chiediamo un atto di “ingenuità”, quasi adolescenziale. Per una volta, scrolliamoci di dosso la corazza di cinismo e disillusione che sono stati così abili a cucirci addosso e lasciamoci trascinare dalla bellezza di lottare per un ideale.