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ma guarda la storia che scherzi che ti fa!

Alla fine anche il capitalismo arrivò alla fine. Chi l'avrebbe mai detto. Il filosofo francese Gorz lo ha definito un morto vivente, perchè sopravvive nelle forme e nelle teste, ma non più nella sostanza. Infatti il sistema capitalista non è più in grado di svolgere la sua funzione, cioè produrre sviluppo.
Il capitalismo si regge su un presupposto: io produco, tu compri. Ma l'implacabile corsa all'efficienza, per non essere scalzati dalla concorrenza, fa si che chi produce faccia sempre meno ricorso al lavoro delle persone, con un processo irreversibile e sempre più intenso. Ecco l'immenso depauperamento del potere d'acquisto delle famiglie. Ma se il meccanismo non è capace di distribuire ricchezza, le persone non comprano e il sistema va in tilt.
La finanza ha drogato per qualche decennio il sistema, come meglio ha potuto. Ma ora il re è nudo.
Sorvolo sulle possibili conseguenze di questo crollo, magari ci torno un'altra volta.
Quello che invece mi interessa dire è che la risacca del capitalismo lascia però decenni di cultura capitalista, entrata tanto profondamente nella nostra carne, da non farci accorgere che tutto sta cambiando e da spingerci a impostare ogni nostro rapporto in ottica mercantile.
La tipica distinzione di ruoli su cui poggia il capitalismo, per cui io produco tu compri, e non facciamo parte di un'unica collettività ma viviamo su due pianeti diversi, fa si che non si riesce neppure più ad immaginare cosa significhi non essere clienti di qualcosa, ma diretti responsabili.
Prendi l'ambiente. Sembra quasi che sia un problema del WWF o di Greenpeace, cui noi possiamo o meno decidere di interessarci. Loro fornitori, noi clienti di una "posizione". Cazzo, ma il problema è NOSTRO! Totalmente nostro, perchè noi mangiamo e respiriamo su questa terra! Non è possibile mettersi alla finestra, perchè siamo già per strada!
Così la politica. Sembra di proprietà di partiti, cui noi ci rivolgiamo come faremmo con un negoziante.
Ma si potrebbe dire la stessa cosa di tutto.
Ecco il vero disastro che il capitalismo ha compiuto nelle nostre teste. Ed ecco da dove occorre ripartire. Ridare alle persone il senso di essere parte del mondo e non clienti del mondo.

ho capito

Ci sono delle volte in cui d'improvviso si aprono degli squarci di comprensione che fanno impressione a te stesso.
Ieri ho capito tutto di botto, perchè gli italiani votano Berlusconi, perchè destra e sinistra sono agli opposti ma si somigliano, perchè io odio il fascismo, perchè c'è ancora gente che crede nel fascismo e persino cosa succederà nel futuro. Ce la farò a spiegare tutto questo o mi stuferò prima?
Ci provo...
Le persone di sinistra non hanno capito un accidente di cosa sia la destra. Si contunua a stupirsi che gli italiani votino Berlusconi nonostante i processi e le televisioni. O, al limite, si dà come spiegazione il fatto che gli italiani siano come lui. Insomma, chi lo vota o è un mezzo delinquente o è un imbecille.
Questa idea, oltre ad essere ovviamente falsa, perchè io conosco persone di destra che non sono nè l'uno nè l'altro, denota l'incapacità che ha la sinistra di capire.
Il punto è che le persone di destra hanno una scala di valori completamente diversa. Loro sentono che governare non è alla portata di tutti, non qualsiasi cittadino può pretendere di comandare, ma solo chi ne ha le capacità. E chi ha queste capacità, proprio in quanto essere dotato, le userà per il bene di tutti. E il bene di tutti è più importante della morale e delle libertà dei singoli. Infatti, seppur rozzamente, chi vota a destra lo dice: l'importante è che ci risolva i problemi.
Prendiamo l'esempio di Napoli. Per l'elettorato di destra non ha nessuna importanza che ci sia stata una compressione delle libertà di espressione e manfestazione. L'importante è che il capo abbia risolto un problema.
Per cui è inutile continuare a strillare su Berlusconi, chi lo ha votato la sa benissimo la tiritera, ma lo ritiene "quell'uomo" al di sopra del bene e del male che ha le capacità per comandare.
Alla base di questo c'è l'idea che le masse non sono intelligenti e lungimiranti, e che un politico eletto per tre anni non penserà mai al futuro (gli si può dare torto in maniera semplicistica?). Solo un uomo con certe capacità (quindi, con la licenza di rimanere anche al di sopra della morale e della giustizia. Il lodo Alfano in questo senso è illuminante!) lo farà.
Ecco come si spiega il mix di Mussolini tra fascismo e socialismo. Perchè, sostanzialmente, il fascismo è una forma di collettivismo...dall'alto. Mentre il comunismo è una forma di collettivismo...dal basso. Ecco perchè sono così lontani, ma così vicini. Per entrambi il bene comune è supremo rispetto ai diritti civili e privati di ciascuno, solo che nel primo caso il bene lo stabilisce il capo, nel secondo caso il popolo.
Invece la democrazia cos'è? E' il sistema di governo nato sull'idea che le libertà civili e private siano supreme, anche sul "buon governo". Io questo lo sento nel profondo. Ma se questa idea portasse l'umanità al suicidio? Come dare torto ai collettivisti (di destra e sinistra)? Eppure, mi ribolle il sangue al solo pensiero che non mi potrei permettere di mettere bocca nelle cose di governo perchè non è roba per me...O che mi vengano negate la libertà di espressione, parola, associazione, ecc..
A questo punto, è chiaro come sarà il futuro. Premesso che le persone non vogliono rinunciare più a certi diritti, ma alla fine gli unici diritti che realmente interessano sono quelli che consentono di guadagnare e spendere liberamente, mentre per il resto lascierebbero tranquillamente fare a chi se intende. E premesso che governare richiede effettivamente competenza e lungimiranza che non puoi chiedere al salumiere sotto casa. Di conseguenza, la formula vincente sarà un mix (già sperimentato in parte da Mussolini, Hitler e adesso Cina): massima libertà in campo economico, massima autorità in campo prettamente politico.
Vi piace?

ottimismo

Vi segnalo che l'iniziativa sorta nelle Marche all'indomani del risultato elettorale, di ispirazione molto simile alla nostra, sta andando avanti tra il grande entusiasmo dei partecipanti. Si sono già incontrati una volta e si rivedranno il 6 luglio. Sostanzialmente, stanno facendo l'esperimento di ripensare totalmente il senso e le modalità del fare politica ripartendo da zero.
Presto avranno un loro manifesto e un blog, così ci linkeremo.
Ma non sono i soli.
La rivista Carta ha lanciato una iniziativa similare ed il 22 giugno saranno a Civitanova Marche per un incontro di presentazione. Se sapessi come cavolo si fa ad allegare un file, invece che un'immagine, vi metterei anche il programma.
Se siamo ingenui, siamo in buona compagnia...
Francesco

fine del tormentone

 Sarò semplicistico, ma ho sempre avuto abbastanza chiaro cosa si intenda per destra e sinistra, a dispetto di quanti dicono che non ci sono più differenze.
La destra ha le proprie radici culturali in una visione darwinista. La natura ci ha chiaramente dimostrato che il meccanismo principe per la conservazione ed il progresso della specie è la selezione naturale. I forti debbono essere liberi di esprimere la propria forza per il bene della specie. Ecco perchè la destra ben concilia dittatura (governo del più forte) con economia di mercato (terreno propizio per il successo dei forti). Da Sparta in poi, la destra ha sempre considerato qualsiasi ostacolo al libero esplicarsi della selezione naturale velleitario, quando non dannoso. 
La sinistra ha radici opposte. Essa considera la natura ingiusta, o almeno priva di giustizia, e assegna all'uomo il compito di correggerla. E' compito dell'essere umano, in quanto portatore di certi valori, creare le condizioni perchè quei valori si possano concretizzare, a dispetto delle forze della natura. Ecco perchè la sinistra, storicamente, ha sempre combattuto per la diffusione di diritti.
Comprendo bene che questa sintesi apre lo spazio ad un dibattito infinito. Ma ora mi vorrei soffermare su una questione in particolare: alla luce di quanto detto, è più vicina al "popolo" (ma poi cos'è il popolo?) la destra o la sinistra? E' più popolare la cultura dell'accettare la vita per come viene, considerando ogni ribellione una debolezza, o del vicendevole sostegno?
La domanda mi mette in grande difficoltà. Perchè siamo sempre stati abituati a pensare che la sinistra fosse un movimento del popolo e la destra un movimento aristocratico. Ma (anche alla luce degli ultimi risultati ellettorali) è veramente così? Non è che si è scambiata la parziale esperienza del comunismo per il tutto della sinistra?
Anzi, arrivo a dire che la cultura di sinistra esprime un'esigenza di altruismo, tipica di chi l'altruismo se lo può permettere...
Personalmente ritengo che destra e sinistra corrispondano più a categorie antropologiche trasversali alle consunte "classi".
Questo ragionamento, se fondato, mi porta a due conclusioni.
Primo, la sinistra può liberarsi dal fantasma del radical-chic, perchè è assolutamente legittimo che un più o meno benestante possa considerarsi di sinistra, dato che sta nella natura della sinistra stessa.
Secondo, la sinistra dovrebbe piantarla di piangere per aver perso il contatto con le masse, dato che la sua "base" è molto più trasversale di quanto si sia sempre pensato.
Francesco

le frasi opache

Sulla scorta del bel post di Luigi, credo che sarebbe davvero interessante mettersi a smascherare quella cortina di pseudo-concetti che oramai, non si capisce bene a che titolo, hanno raggiunto lo status di certezze.
Non solo parole, ma anche frasi intere riescono a occupare questa posizione nel dibattito comune.
Ad esempio "il referendum sul nucleare venne fatto sotto l'influsso di una spinta emotiva".
Questa frase, oramai presa unanimemente per buona, si porta appresso la logica conseguenza che oggi nessuno si opporrebbe alle centrali nucleari, per cui si possono costruire.
A mio parere, la frase citata è un non senso. Equivale a dire dire che assumere una decisione dopo aver avuto concreta dimostrazione delle potenziali (anzi, probabili) conseguenze di quella decisione significa essere emotivamente condizionati. 
Quindi, se uno non si butta dal settimo piano perchè sa che diventerebbe una frittella è perchè è emotivamente condizionato, non perchè è consapevole.
Come se, tra l'altro, l'orrore motivato verso qualcosa non potesse entrare a pieno titolo nei parametri di una scelta.
Avere il quadro completo della situazione fa assumere scelte sbagliate. Ecco la logica conseguenza cui conduce quella frase.

Francesco

Il Ministro Brunetta vuole cacciare i fannulloni dalla pubblica amministrazione.
Il Ministro Brunetta, che di mestiere fa l'economista, il professore universitario, dice basta a questa pubblica amministrazione inefficace, inetta e sprecona.

Conto fino a dieci prima di andare avanti.

La politica si è accorta che la pubblica amministrazione è piena di fannulloni.

Primo: la politica è il cancro della pubblica amministrazione.
Secondo: è la politica che ha costruito i propri consensi sulle assunzioni nella pubblica amministrazione.

E' incredibile che siano loro a venire a fare la morale. Cominciassero ad autoregolarsi. Trovassero un modo per autoimpedirsi di fare raccomandazioni. Trovassero un modo per autoimpedirsi di ingessare l'azione amministrativa ficcanasando ovunque. Trovassero un modo per autoimpedirsi di sperperare i soldi per finanziare il proprio consenso.
Poooooooooooooooi pensassero a cacciare i fannulloni.

Francesco

Le parole opache

Pubblichiamo la mail di un amico...


LE PAROLE OPACHE

Chi dice “premetto che sono di sinistra”

è di destra.

Chi dice “io non sono né di destra né di sinistra”

è di destra.

Proverbio assiro.

 

      Prima di proporvi la mia riflessione sull'uso demagogico del linguaggio individuato attraverso una breve analisi dei termini-chiave, vorrei premettere che si tratta di un'analisi strettamente linguistica, volta ad evidenziare come le parole possano subire deformazioni semantiche capaci di orientare il giudizio delle persone. Trascurerò quindi deliberatamente di addentrarmi nel merito politico del problema, lasciando a tutti voi il compito di trarne qualche considerazione.

        Giorni fa leggevo sul Corriere della Sera che Francesco De Gregori, interpellato su problemi di stretta attualità, avrebbe affermato che Berlusconi avrebbe anche potuto rivelarsi un bene per l'Italia, qualora avesse proceduto a modernizzare il paese. Uso il condizionale perché non ricordo la fonte e perché quella riportata non è una citazione letterale ma una mia sintesi. Ciò non è comunque importante, non è qui in discussione l'opinione di De Gregori (un mio alunno di quarta particolarmente illuminato ebbe a dire, alcuni anni fa, che i cantautori non possono diventare “maestri di vita”), ma la parola che ha – avrebbe – adoperato: modernizzare.

La “modernizzazione”. Gli esponenti della destra più aggressiva vogliono “modernizzare l'Italia”. L'opposizione vuole invece “modernizzare questo paese” (l'uso dell'aggettivo dimostrativo non è da sottovalutare, serve a conferire una connotazione emotiva e, come accade per tutti i deittici, ingenera l'illusione che il paese lo si possa quasi tenere in mano come un oggetto prezioso o un cuore di pollo). Tutti comunque vogliono “modernizzare”.  Ma “modernizzazione” è appunto una “parola opaca”, una parola che non lascia trasparire il suo contenuto effettivo e penetra come un cavallo di troia nella coscienza di chi ascolta. Cosa vuol dire “modernizzazione”?

Occorre chiedersi preliminarmente: si può essere contro la “modernizzazione”? Se sei contro la modernizzazione vuol dire che sei per il ritorno al passato, per l'arretratezza, per il ripristino di una condizione anteriore. Secondo una nozione largamente condivisa di progresso, ciò equivale ad un peggioramento – a meno che questo ripristino di un passato più o meno lontano non si inquadri in un progetto ideologico specifico – e, conseguentemente, la modernizzazione è un miglioramento. E' accertato quindi che, se qualcuno vuole “modernizzare l'Italia” (o “questo paese”), non si può, ragionevolmente, che essere d'accordo. La parola evoca l'idea di amministrazioni più efficienti, rilascio di documenti più rapido, fantasmagorici servizi telematici e altre comodità.

Il gioco è fatto. Se applichiamo l'etichetta della modernizzazione ai provvedimenti invocati o attuati da una parte politica, il loro grado di condivisibilità aumenta – beninteso, nell'osservatore distratto – sensibilmente. Se poi si riesce ad applicare l'etichetta speculare di “antico” a idee e prassi avverse, l'effetto è raddoppiato grazie ad un uso sapiente del dileggio.

Basterebbe davvero poco per capire che modernizzare significa pressapoco “smantellare” valori e diritti, divincolarsene e avere mano libera. Ma avevo promesso di non entrare nel merito.

          L'altra espressione “opaca” su cui vorrei richiamare la vostra attenzione è “fare le riforme”. Un governo che “faccia le riforme”; “occorrono riforme strutturali”; “mettersi a un tavolo e fare le riforme insieme”. Anche la parola “riforma” si associa evidentemente all'idea di miglioramento. Solo che da sola non significa nulla. “Fare le riforme” senza specificare di quali riforme si stia parlando è semplicemente un imbroglio, perché allude alla pratica linguistica del sottinteso. Inutile cavillare, lo sappiamo tutti quali sono le riforme necessarie, quindi perché scendere nei particolari? Si crea  così l'illusione di una condivisione ampia e assodata. Sotto l'etichetta opaca di “riforma” si può così contrabbandare qualsiasi colpo di mano. Così, grazie alla “riforma elettorale” gli stessi che gracidano di “riavvicinare la politica alla gente” sottraggono all'elettore la possibilità di scegliere i candidati. Ma ecco che ho messo di nuovo le mani nel piatto...

L'insistenza sulla necessità delle riforme ha  un altro interessante addentellato. Essa ingenera l'allarme generico su una altrettanto generico stato di decadenza cui le riforme, e solo esse, sono in grado di porre rimedio. Tale stato di allarme è permanente. Del “tavolo delle riforme” (l'attributo “istituzionali” è caduto per tempo) sento parlare sin dalla mia ormai lontana infanzia. Di solito il richiamo alle riforme è appannaggio di personalità ritenute “competenti”, tecnici, economisti che dal loro trespolo sono abilitati a comunicarci che, tanto per fare un esempio, lavoreremo fino all'età di 90 anni. Ma si tratta, appunto, di una riforma, e come tale non può essere che salutare..

        Le parole e le espressioni opache si riconoscono facilmente: sono solitamente di per sé incontestabili e inattaccabili e compaiono con grande insistenza sulle bocche dei lettori di telegiornale, con sospetta fissità di vocaboli. Esse funzionano come molecole vettrici, veicolano grumi di idee e di convinzioni nelle coscienze degli ascoltatori. Ne esistono anche di negative: la parola “ideologia”, ad esempio. La parola indica semplicemente un sistema di idee e valori, e  in linea teorica non è in sé negativa o positiva. Tuttavia l'ideologia è, nelle idee correnti, sempre negativa, perché subisce invariabilmente un fatale scivolamento metonimico (ideologia = ideologia X, Y – quasi mai Z), ma soprattutto un attributo dell'ideologia (anzi, delle ideologie: quando si esprime questo preconcetto il plurale è sistematico) è quello di essere scomparse. Falso: se per ideologia intendiamo un sistema di opinioni prefabbricato ed omologante, allora il segnale più tangibile della sua presenza diffusa sono proprio le parole d'ordine ossessivamente ripetute. In ogni caso l'idea di un'esistenza collettiva priva di ideologie è semplicemente risibile, a meno che non si tratti di una colonia di muschi, presso i quali, come è noto, l'ideologia ha poca presa.

Un saluto a tutti

Luigi

mercato senza democrazia

Un tema che sta togliendo il sonno agli economisti è la constatazione che l'economia di mercato convive benissimo (forse meglio) con regimi autoritari.
Russia, Cina dimostrano che non è affatto vero che il mercato porta con se la diffusione dei diritti civili, anzi, essendo il suo terreno prediletto la stabilità, prospera magnificamente in contesti autoritari.
Qualcuno ipotizza che questo sarà il modello vincente per il secolo che è iniziato.
Questa "scoperta" (che scoperta non è, perchè già la Germania di Hitler sperimentò il mix con grande successo; non dimentichiamoci che la Germania è stata schiacciata, non è certo implosa) mette in crisi una delle ragioni forti messa sempre avanti per ritenere preferibile l'economia di mercato, cioè che fosse portatrice anche di libertà civili.
Se ne sta parlando parecchio anche al festival dell'economia di Trento, in questi giorni.

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Economia%20e%20Lavoro/2008/05/krugman-mercato-democrazia.shtml?uuid=661d88d8-2e0e-11dd-b8c4-00000e251029&DocRulesView=Libero

La cosa fa riflettere parecchio.

Inceneritori e... cancro

Oggi, sul Blog di Beppe Grillo si tratta di inceneritori e di...cancro. Un trafiletto passato inosservato sul  numero 1052 del Venerdì di Repubblica (16 maggio) a pagina 90 svela che diversi studi internazionali hanno ormai stabilito una relazione di causa/effetto tra l'incenerimento dei rifiuti e l'aumento dell'incidenza dei tumori e fa riferimento, in particolare, a uno studio francese pubblicato dall'Istituo Nazionale di Sorveglianza Sanitaria (INVS). Ma il trafiletto è scarno e impreciso (è già tanto che sia stato pubblicato...). Allora abbiamo pensato di andare alla fonte, o quasi. In effetti, ci è sembrato molto più interessante pubblicare qui di seguito un riassunto rigoroso della traduzione di un documento del CNIID (Centro Nazionale d’Informazione Indipendente sui Rifiuti) che commenta i risultati di questo studio il giorno stesso della sua pubblicazione nel novembre del 2006. E' piu' che inquietante!
Eccolo:

L’Istituto Statale di Sorveglianza Sanitaria (INVS) ha presetanto questa mattina uno studio inquietante sull’incenerimento dei rifiuti che conferma che la popolazione limitrofa agli inceneritori di rifiuti è esposta a un maggior rischio di cancro. Lo studio « Incidenza dei tumori in prossimità degli inceneritori di rifiuti domestici » rappresenta il piu’ vasto studio epidemiologico mai realizzato in Francia sull’impatto sanitario dell’incenerimento.

"E’ ormai dimostrato che l’incenerimento è responsabile di tumori sulle popolazione che vivono in prossimità", dichiara Sébastien Lapeyre, responsabile delle iniziative in materia d’incenerazione al CNIID.

Questi effetti sulla salute non sembrano essere legati soltanto alla diossina ma anche a numerose altre sostanze inquinanti emesse dagli inceneritori, la maggior parte delle quali non sono misurate controllate.

"Attenzione, le diossine non devono essere l’albero che nasconde la foresta » mette in guardia Lapeyre. « […] Molte sostanze organiche sono prodotte dall’incenerimento e non sono misurate nonostante siano egualmente persistenti, tossiche come le diossine e bioaccumulabili".

"Nell’epoca in cui l’OMS dichiara l’aumento dell’incidenza dei tumori una vera e propria epidemia, è aberrante il fatto che l’incenerimento sia oggi un sistema di trattamento ancora largamente utilizzato e spiluppato in Francia quando questo processo produce migliaia di sostanze inquinanti differenti e impedisce lo sviluppo di sistemi alternativi di trattamento dei rifiuti » dichiara Eric Gall, direttore del CNIID (Centro Statale d’Informazione Indipendente sui Rifiuti). « E’ tempo di programmare a livello politico la fine dell’incenerimento e d’instaurare in Francia una politica di prevenzione sui rifiuti ambiziosa e degna di questo nome. Per questo, chiediamo a tutti i candidati all’elezione presidenziale di pronunciarsi a favore di una moratoria sulla costruzione di nuovi inceneritori ».

Il CNIID è un’associazione che si occupa della riduzione alla fonte in tossicità e quantità dei rifiuti. Il CNIID è unicamente finanziato dai suoi aderenti e denuncia la gestione attuale dei rifiuti in Francia. Il CNIID costituisce anche il Segretariato della Coordinazione nazionale per la riduzione dei rifiuti alla fonte e che raggruppa piu’ di 270 assciazioni locali di lotta contro i progetti in materia di discariche e di inceneritori.


cominciamo

Ieri ho visto Annozero. Ad un certo punto è iniziata una diatriba tra Di Pietro, Belpietro e Travaglio. Non su opinioni, ma su fatti. Uno diceva che una certa normativa prevede una cosa, l'altro diceva no, si documenti, e via così.
Se è vero che il nodo centrale di una democrazia malata è la disinformazione, credo che occorrerebbe partire da li. E non credo che occorra "cercare la notizia", perchè la prima notizia è quella sotto gli occhi di tutti, cioè i documenti di legge, che, a quanto pare, danno già luogo a disinformazione!
Poi seguono i commenti alle leggi (che però non trovi mai riportate sui giornali, tranne quelli tecnici) che sono viziate in origine da palesi partigianerie. E la disinformazione è completa.

E se si partisse da qui?
E' iniziata una legislatura. Ha anche iniziato a prendere dei provvedimenti. E se ci documentassimo? Se mettessimo qui la documentazione a disposizione di tutti e ne parlassimo? A me, ad esempio, non mi dispiacerebbe affatto se qualcuno mi DOCUMENTASSE la vicenda Europa 7, dato che pare vero tutto e il contrario di tutto. I commenti dopo.
Io mi impegnerei su questo pacchetto sicurezza, altri sui rifiuti.
Troppo faticoso seguire passo passo questi signori?
Francesco